giovedì 30 ottobre 2008

Il dramma ignorato dei giovani del Sud

Mentre i nostri governanti a vari livelli stanno nelle loro comode stanze a discutere di rimpasti di governo da realizzare, di poltrone da assegnare, e tra un “gravoso” impegno e l’altro, trovano anche il tempo di tirarsi fuori dai guai giudiziari che li riguardano, c’è una numerosa schiera di calabresi che in silenzio, da tempo, sta patendo dolorosamente le conseguenze di questo disastroso modo di fare politica.

Il riferimento è, ai tanti giovani laureati plurispecializzati di Calabria che, dopo anni di sacrifici stentano ad inserirsi nell’asfittica realtà lavorativa regionale e, i pochi privilegiati che ci riescono, sono costretti a ridimensionare le loro aspettative, accontentandosi di lavori al di sotto delle proprie possibilità, percependo stipendi da fame.

Coloro i quali non accettano, a ragione, questa umiliante e desolata situazione si trovano, la gran parte delle volte, obbligati a fare le valigie e a migrare verso altri lidi in cerca di miglior fortuna, esattamente come, accadeva più di un secolo fa ai nostri avi, sintomo questo evidente, di come a distanza di decenni, nella nostra regione, sia cambiato poco o nulla.

Oggi come allora, le classi dirigenti locali incapaci di elaborare strategie finalizzate alla creazione di sviluppo vero e occupazione non assistita hanno finito con l’innescare processi di espulsione forzata delle risorse fresche e migliori della società. Proprio quelle, fisiologicamente deputate a far evolvere il corpo sociale verso più prestigiosi traguardi socioeconomici e culturali.

Non è un caso se la diaspora dei giovani dal sud del secolo scorso è stata vista dagli storici come una tra le principali cause del mancato sviluppo del Mezzogiorno.

In questo quadro a tinte fosche suonano quanto mai ridicoli se non provocatori, gli inviti rivolti a più riprese dal Presidente della Giunta Regionale Loiero ai giovani calabresi, di restare in Calabria, considerata la totale indifferenza e noncuranza riservata alle problematiche giovanili, dal (dis)onorevole consesso da lui guidato. (articolo primavera 2005)

Se l'onestà in Calabria è cosa inutile

Partire o restare in Calabria, è il dubbio amletico che avrà almeno una volta nella vita, attanagliato la mente, del giovane calabrese alle prese col proprio futuro. Ne siamo certi, poichè è inevitabile non avere di questi interrogativi quando si è ancora ad una certa età. Alla soglia dei trent’anni prendere certe decisioni equivale ad assegnare una precisa e importante rotta alla propria vita.

E non andiamo lontano dal vero se sosteniamo che lavorare, acquistare una casa, crescere dei figli nella nostra amata e amara terra di Calabria, sembra sia oggi diventato un azzardo, una assurda e impietosa roulette russa con cui fare i conti.

E’ inutile girarci attorno, lungi da facili catastrofismi e atteggiamenti autoassolutori, riteniamo essere la società calabrese, gravemente malata, incancrenita da piccole e grandi illegalità in ogni suo aspetto, dal settore della sanità all’amministrazione della giustizia, dalla questione del lavoro alla gestione della cosa pubblica.

Le cronache quotidiane sono zeppe di notizie sconcertanti che fiaccherebbero il morale anche alla persona dalla tempra più dura. Le eccellenze, gli episodi positivi di cui andare fieri sono ahinoi una sparuta minoranza o forse fanno fatica ad emergere nel contesto generale.

La puntuale ciclicità con cui i fatti incresciosi avvengono è fin troppo eloquente. All’indomani di una intimidazione, di un grave fatto di sangue, di un episodio di malasanità, ci rialziamo in piedi, speranzosi che è stata l’ultima volta, salvo poi, accorgerci a riflettori spenti, che non era come auspicavamo, di essere ricaduti nello stesso, maledetto, baratro di sempre.

C’è un concorso di colpa di questo stato di cose: lo Stato centrale da una parte, il quale, ha ormai abdicato da tempo ad esercitare la propria sovranità sul territorio e i calabresi dall’altra, seppure con minore responsabilità.

Per come si stanno mettendo le cose, nemmeno il governo attuale sembra aver posto al centro dei propri interessi la Calabria con le sue “perenni emergenze” (terra di ossimori, Vito Teti docet) e il suo precario Stato di diritto, preso com’ è, ad attuare una politica legislativa che di prioritario e di interesse nazionale, ha ben poco.

Anzi, il Berlusconi ter sembra voler andare nella direzione opposta, stante l’ultimo e inopportuno tentativo di stornare i fondi destinati alle infrastrutture calabresi (sulla Statale 106 si continua a morire) e all’irragionevole limitazione dell’uso delle intercettazioni, che tanto hanno fatto, nella lotta alla criminalità organizzata.

E allora, come non dare ragione al coraggioso magistrato antimafia Nicola Gratteri, quando afferma che per risollevare le sorti della Calabria, sia necessario una risoluta e ferma presa di posizione da parte dello Stato, prima che l’eventuale passo in avanti dei calabresi verso la legalità, come spesso succede, assuma le tristi sembianze della solitudine e del martirio.

Al momento, la situazione per la nostra terra, date le battute iniziali di questo Governo, non sembra presagire al meglio. Da giovani calabresi non ci resta che prenderne atto, rispolverare la vecchia valigia di cartone e partire, sperando in un futuro migliore altrove, persuasi come siamo che vivere onestamente in Calabria sia cosa inutile.