Partire o restare in Calabria, è il dubbio amletico che avrà almeno una volta nella vita, attanagliato la mente, del giovane calabrese alle prese col proprio futuro. Ne siamo certi, poichè è inevitabile non avere di questi interrogativi quando si è ancora ad una certa età. Alla soglia dei trent’anni prendere certe decisioni equivale ad assegnare una precisa e importante rotta alla propria vita.
E non andiamo lontano dal vero se sosteniamo che lavorare, acquistare una casa, crescere dei figli nella nostra amata e amara terra di Calabria, sembra sia oggi diventato un azzardo, una assurda e impietosa roulette russa con cui fare i conti.
E’ inutile girarci attorno, lungi da facili catastrofismi e atteggiamenti autoassolutori, riteniamo essere la società calabrese, gravemente malata, incancrenita da piccole e grandi illegalità in ogni suo aspetto, dal settore della sanità all’amministrazione della giustizia, dalla questione del lavoro alla gestione della cosa pubblica.
Le cronache quotidiane sono zeppe di notizie sconcertanti che fiaccherebbero il morale anche alla persona dalla tempra più dura. Le eccellenze, gli episodi positivi di cui andare fieri sono ahinoi una sparuta minoranza o forse fanno fatica ad emergere nel contesto generale.
La puntuale ciclicità con cui i fatti incresciosi avvengono è fin troppo eloquente. All’indomani di una intimidazione, di un grave fatto di sangue, di un episodio di malasanità, ci rialziamo in piedi, speranzosi che è stata l’ultima volta, salvo poi, accorgerci a riflettori spenti, che non era come auspicavamo, di essere ricaduti nello stesso, maledetto, baratro di sempre.
C’è un concorso di colpa di questo stato di cose: lo Stato centrale da una parte, il quale, ha ormai abdicato da tempo ad esercitare la propria sovranità sul territorio e i calabresi dall’altra, seppure con minore responsabilità.
Per come si stanno mettendo le cose, nemmeno il governo attuale sembra aver posto al centro dei propri interessi la Calabria con le sue “perenni emergenze” (terra di ossimori, Vito Teti docet) e il suo precario Stato di diritto, preso com’ è, ad attuare una politica legislativa che di prioritario e di interesse nazionale, ha ben poco.
Anzi, il Berlusconi ter sembra voler andare nella direzione opposta, stante l’ultimo e inopportuno tentativo di stornare i fondi destinati alle infrastrutture calabresi (sulla Statale 106 si continua a morire) e all’irragionevole limitazione dell’uso delle intercettazioni, che tanto hanno fatto, nella lotta alla criminalità organizzata.
E allora, come non dare ragione al coraggioso magistrato antimafia Nicola Gratteri, quando afferma che per risollevare le sorti della Calabria, sia necessario una risoluta e ferma presa di posizione da parte dello Stato, prima che l’eventuale passo in avanti dei calabresi verso la legalità, come spesso succede, assuma le tristi sembianze della solitudine e del martirio.
Al momento, la situazione per la nostra terra, date le battute iniziali di questo Governo, non sembra presagire al meglio. Da giovani calabresi non ci resta che prenderne atto, rispolverare la vecchia valigia di cartone e partire, sperando in un futuro migliore altrove, persuasi come siamo che vivere onestamente in Calabria sia cosa inutile.
giovedì 30 ottobre 2008
Se l'onestà in Calabria è cosa inutile
Etichette:
corrado alvaro,
emigrazione,
Marco Galati,
martirio,
ndrangheta,
onestà,
politici
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento